Derealizzazione: identità e adattamento

derealizzazione depersonalizzazione

Nel mio lavoro clinico incontro spesso persone che soffrono di derealizzazione o depersonalizzazione e che si pongono una domanda molto semplice, ma dolorosa:

“Perché mi sento così, se apparentemente va tutto bene?”

Sono persone intelligenti, sensibili, spesso molto attente al parere che gli altri hanno di loro. Hanno una grande capacità di leggere i contesti, di capire cosa ci si aspetta da loro, di adattarsi alle situazioni senza creare attrito relazionale.

Secondo l’approccio dialettico di Nicola Ghezzani, la derealizzazione non è semplicemente un sintomo da eliminare, ma un segnale profondo di crisi dell’identità. Non nasce dal vuoto, né da un malfunzionamento casuale della mente, ma da una storia esistenziale in cui il soggetto ha imparato molto presto a stare “dentro l’Altro” più che dentro se stesso.

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Molti pazienti raccontano un’adolescenza priva di “ribellione” ai valori familiari, né esplicita (attraverso l’azione, l’espressione, la trasgressione) ma nemmeno implicita, (attraverso la differenziazione valoriale, la ricerca di compromessi, la riflessione sulla propria distinzione dal contesto socio-familiare). Non sono stati cosiddetti “ragazzi problematici”. Al contrario: erano quelli che capivano, si adattavano, non davano problemi. La loro intelligenza e sensibilità sono diventate strumenti più al servizio della sopravvivenza relazionale, che della propria individuazione. Ma quando l’adattamento diventa la modalità principale dell’esistere, la propria identità fatica a consolidarsi.

In questa prospettiva, la derealizzazione emerge più facilmente quando la mente non regge più il peso di una vita vissuta soprattutto per reazione: quando il soggetto è sempre in ascolto dell’Altro, ma non ha più un centro da cui parlare. A quel punto la realtà perde spessore, perché manca un Io che la abiti davvero.

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Il Dr. Nicola Ghezzani, descrive molto bene questo passaggio: l’identità non è qualcosa di irriducibile e scontato, ma il risultato di un equilibrio, spesso fragile, tra bisogni personali e richieste del mondo (per approfondimento, clicca QUI. Quando questo equilibrio dialettico viene meno e prevale solo l’adattamento, il soggetto non sentirà sempre meno propria presenza nel mondo.

Per questo lavorare sulla derealizzazione non significa semplicemente rassicurare il paziente o ridurre l’ansia. Significa accompagnarlo in un processo più profondo: ricostruire una posizione soggettiva, anche aiutando la persona a riconoscere dove si è adattata troppo, dove ha rinunciato a esprimersi, dove ha smesso di sentire il proprio desiderio.

Nel lavoro terapeutico diventa centrale il tema dell’identità: chi sono io quando non mi adatto? Cosa sento, cosa voglio, cosa rifiuto? È un lavoro delicato, perché spesso il paziente teme che smettere di adattarsi significhi perdere il controllo, “impazzire”, o diventare come qualcuno che nella sua storia ha perso la misura. Ma senza questa riappropriazione progressiva di sé, la derealizzazione tende a ripresentarsi.

 
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La buona notizia è che, quando il paziente inizia a costruire una vita meno reattiva e più “scelta”, più “propria”, la derealizzazione perde forza. Non perché venga combattuta come un nemico da abbattare, ma perché non serve più.

Se ti riconosci in questa esperienza, è importante sapere che non sei “sbagliato”, né fragile. Spesso le persone con depersonalizzazione o derealizzazione sono persone che hanno capito molto presto “come stare al mondo”, ma non hanno avuto lo spazio per diventare davvero se stesse. La derealizzazione, in questo senso, non è il nemico: è il punto da cui può iniziare un lavoro profondo focalizzato sullo sviluppo di un’identità più ampia e completa.

Se vuoi approfondire questo lavoro personale sull’identità e comprendere meglio il significato della tua derealizzazione, puoi trovare QUI le informazioni per chiedere un primo colloquio clinico.