Depersonalizzazione e derealizzazione: l’esordio e il trauma

uomo derealizzazione mentre è in riunione

L‘importanza dell’esordio

Quando si lavora con persone che soffrono di derealizzazione e depersonalizzazione, una delle prime domande da porsi è: quando è comparso il sintomo per la prima volta?

Non esiste un percorso unico che porta alla sindrome di DP-DR. In alcuni casi è preceduta da crisi d’ansia o attacchi di panico, in altri no. Qualcuno ha vissuto una lieve fobia sociale, qualcun altro dubbi ossessivi sul senso della vita. Altre volte tutto sembrava andare ragionevolmente bene, salvo una certa piattezza emotiva o una vaga sensazione di qualcosa rimasto irrisolto. Poi, quasi all’improvviso, la realtà stessa diventa come estranea, finta, priva di senso.

Una volta comparso, il sintomo tende a espandersi e a occupare il centro dei pensieri. Intorno a esso possono restare attive ansie ipocondriache, paure di morire o di impazzire, pensieri ossessivi, episodi di panico, o un senso di vuoto esistenziale. Con il tempo, se il sintomo persiste, spesso si aggiunge anche una depressione reattiva, generata dalla convinzione angosciante di non poter mai uscire da quella prigione.

Tutto questo corteo di sintomi non deve però confondere né chi soffre né chi lavora clinicamente.

La derealizzazione e la depersonalizzazione restano il sintomo primario, e tutto il resto è secondario. La domanda essenziale rimane: perché la mente ha scelto questa soluzione? Perché si è rifugiata in un’irrealtà che, il più delle volte, è molto peggio di qualsiasi difficoltà reale?

La risposta è che la causa prima di questa sindrome è psicologica, anche se produce inevitabilmente effetti biochimici. E poiché è psicologica, il suo esordio non può essere compreso senza guardare al contesto relazionale in cui è apparso: la mente non funziona mai nel vuoto.

La dissociazione mente/corpo

Se si analizza con attenzione il momento in cui il sintomo è comparso per la prima volta, emerge quasi sempre lo stesso schema: il sintomo è insorto in occasione di un conflitto, da cui le emozioni sono state tagliate fuori, dissociate.

Il meccanismo si comprende meglio guardando a ciò che accade in seguito a un trauma.  Tutti gli studiosi che si sono occupati delle reazioni alle situazioni di violenza (abusi, sequestri, prigionia) concordano su un punto: la difesa più frequente è la dissociazione mente/corpo.

La vittima comincia a percepire ciò che accade come se stesse succedendo a qualcun altro. Il corpo sembra separato dalla mente, e la mente diventa un osservatore esterno, distaccato, che guarda la scena quasi fosse un film.

Da Ferenczi a Anna Freud, da Bettelheim a Bromberg, il consenso su questo punto è ampio. Alcuni manuali di psichiatria classificano erroneamente questo fenomeno come psicotico, ma si tratta di un errore grossolano: la dissociazione mente/corpo è una capacità difensiva della mente umana, non un segnale di psicosi.

Chiunque abbia vissuto una situazione di grave pericolo (un incidente, un annegamento, un rapimento) ne conosce la forma: dopo un possibile momento di panico (che a volte non c’è neppure), subentra il senso di distacco. Il corpo viene “lasciato andare”, mentre la mente si fa distante. La scena sembra scorrere fuori dal tempo e dallo spazio normali. È quello che in termini tecnici si chiama “detachment” (distacco, appunto, e costituisce il meccanismo di base da cui deriva la derealizzazione.

Trauma e rimozione del conflitto

La depersonalizzazione e la derealizzazione rappresentano uno step ulteriore in questa dinamica difensiva: l’Io si protegge dalla forza traumatica di emozioni come vergogna, rabbia, senso di colpa, soprattutto quando sono in gioco relazioni fondamentali.

Spesso la sindrome è anticipata da una fase prodromica: ansia, pensieri ossessivi, attacchi di panico. Poi, come a “risolvere” quella tensione insostenibile, interviene la dissociazione.

La chiave di comprensione è questa: il trauma riduce all’impotenza. Chi subisce un trauma sa, a un livello profondo, che non può reagire. L’impulso a resistere viene inibito, perché agirlo significherebbe rischiare la vita o l’integrità psichica. La mente, giunta a questa valutazione, si dissocia dal corpo. Il corpo subisce, mentre la mente si fa osservatrice distante.

Questo vale anche per situazioni meno estreme, ma durature nel tempo. Immaginiamo un bambino che assiste a violenti litigi tra i genitori: non può fuggire, non può arrabbiarsi, è troppo piccolo.

Cosa può fare? Può isolarsi, rendersi emotivamente assente, “sparire” dalla scena. Un simile assetto può strutturarsi e maturare insieme all’individuo. È il primo passo verso la dissociazione emotiva.

O immaginiamo un adolescente che scopre la crudeltà dei suoi coetanei, ma ne desidera comunque l’appartenenza. Può fingersi “come loro” (al prezzo di un conflitto interiore crescente), può ribellarsi (al prezzo di perdere il gruppo), oppure può cominciare a sentirsi strano, distaccato, a chiedersi che senso abbia la vita. Quest’ultima soluzione conserva il legame e neutralizza il conflitto, ma può essere il primo passo verso la derealizzazione.

In entrambi i casi, paura e rabbia vengono dissociate perché valutate come pericolose per l’Io. Il conflitto viene rimosso. E il prezzo di quella rimozione è, spesso, la perdita del senso di realtà.

Vale la pena aggiungere un’osservazione: la persona con derealizzazione è tipicamente molto sensibile e molto emotiva, ma tende a identificarsi con l’intelletto, spesso molto sviluppato, e a usarlo in modo difensivo rispetto alle emozioni, in particolare rispetto alla rabbia.

Verso la psicoterapia

Comprendere il meccanismo con cui un conflitto rimosso si trasforma in distacco dalla realtà è un primo passo fondamentale. Ma comprenderlo da soli, spesso, non basta a scioglierlo. Il lavoro terapeutico consiste proprio nel ripercorrere a ritroso questa dinamica: individuare il conflitto rimosso, le emozioni dissociate, le relazioni che hanno generato la tensione irrisolta, per restituire gradualmente alla persona il contatto con il proprio Sé emozionale. È un percorso che richiede tempo, e che parte da un presupposto: la derealizzazione è una risposta con una sua logica, e ogni logica può essere compresa e riformulata. Se in questo articolo avete riconosciuto qualcosa della vostra esperienza, può essere utile parlarne con chi conosce da vicino questo tipo di disturbo. Per contattarmi e fissare un primo incontro di psicoterapia, vi invito a consultare la sezione Contatti di questo sito.