Il ritiro dell’hikikomori: isolamento, dissociazione e rimozione del conflitto
Che cos’è il fenomeno hikikomori
Il termine giapponese hikikomori, che deriva dai verbi hiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi), indica una condizione di ritiro sociale volontario e prolungato, in cui una persona, quasi sempre un adolescente o un giovane adulto, si chiude nella propria casa, e spesso nella propria stanza, sospendendo scuola, lavoro e relazioni sociali. Si tratta di un fenomeno sempre più riconosciuto, nato in Giappone e diffuso anche in Occidente, Italia compresa, dove varie stime parlano di decine di migliaia di casi.
Conviene sgombrare subito il campo da alcuni equivoci diffusi. L’hikikomori viene spesso confuso con un dipendente da internet o con un ragazzo semplicemente pigro e “nullafacente”.
La connessione digitale, quando è presente, è però uno strumento con cui il soggetto gestisce l’isolamento, e non ne rappresenta la causa. Chi si è ritirato è di frequente una persona intelligente e sensibile, dotata di una spiccata capacità introspettiva e di un’acuta percezione delle incoerenze del mondo che lo circonda.
Le cause vengono di norma ricondotte a un intreccio di fattori caratteriali, familiari, scolastici e sociali. Fra questi ricorrono la paura del giudizio, il timore del fallimento, esperienze di bullismo, dinamiche familiari segnate da aspettative eccessive e una pressione
sociale che impone modelli di riuscita percepiti come irraggiungibili. Sul piano fenomenologico si osserva un progressivo restringimento del mondo: prima l’abbandono di alcune attività, poi il ritiro dalle relazioni fisiche, infine, nei casi più gravi, anche da quelle virtuali, fino a un isolamento totale.
Questa è la superficie del fenomeno. La domanda clinica decisiva riguarda però il livello sottostante: perché la mente sceglie proprio questa soluzione? Che cosa protegge, in realtà, il ritiro? È qui che la lente della psicoterapia dialettica offre una chiave di lettura specifica.
La psicoterapia dialettica: alcune coordinate
La psicoterapia dialettica, sviluppata in Italia soprattutto attraverso il lavoro clinico e teorico del Dr. Nicola Ghezzani, si fonda su un’idea della vita psichica come campo di forze in tensione.
Dentro ciascuno di noi convivono istanze diverse, spesso in conflitto tra loro, e la personalità è il modo, sempre provvisorio, in cui quel conflitto viene tenuto insieme. Da un lato agisce quello che possiamo chiamare il nucleo del Sé emozionale: la parte autentica della persona, fatta di bisogni reali, emozioni genuine, desideri, e anche di spinte assertive e aggressive che sono parte costitutiva del vivere. Dall’altro agiscono gli ideali dell’Io: le immagini di sé costruite nel tempo per rispondere alle aspettative dell’ambiente, per essere accettati, per conservare i legami da cui dipendiamo.
Quando questi ideali si irrigidiscono e si allontanano troppo dal Sé emozionale, la tensione tra le due istanze diventa insostenibile, e il sintomo è spesso il modo in cui quella tensione si scarica o si congela.
Da questa impostazione discende un assunto che merita di essere reso esplicito, perché sostiene tutta la lettura che segue: il conflitto è una dimensione costitutiva dell’umano.
Desiderare, differenziarsi, affermarsi, opporsi sono tutti movimenti attraverso cui una persona diventa se stessa. Ne consegue che un ambiente, un contesto, uno spazio relazionale da cui il conflitto sia stato espulso, è uno spazio disumanizzato. Dove non c’è più conflitto non c’è più nemmeno vita psichica piena, perché è stata rimossa la materia stessa da cui il Sé trae forma. Questo principio, come si vedrà, illumina in modo diretto la natura del ritiro.
Il lavoro terapeutico, in questa cornice, non punta a sopprimere il sintomo dall’esterno né ad addestrare la persona a tollerarlo; il sintomo, come spesso ricordo in terapia, è tutt’al più la coda del problema. La terapia punta a ricostruire la genesi del conflitto che lo ha prodotto, a individuare le emozioni, i pensieri, le ambizioni che sono state congelate, e a rimettere gradualmente il soggetto in contatto con il proprio nucleo emozionale. Uno dei passaggi centrali consiste nella ridefinizione degli ideali dell’Io, per restituire alle emozioni la loro funzione orientativa.
L’isolamento come dissociazione
La prima chiave interpretativa riguarda la natura stessa del ritiro. Nella prospettiva
dialettica, l’isolamento dell’hikikomori si può comprendere come una forma di dissociazione, lo stesso meccanismo difensivo che opera alla radice della derealizzazione e della depersonalizzazione.
Nella derealizzazione, di fronte a un conflitto interno che l’Io non riesce a sostenere, la mente si distacca: appiattisce le emozioni, e la realtà perde consistenza, diventa remota, ovattata, priva di senso. È una difesa che mette al riparo l’Io da emozioni che lo destabilizzerebbero. Il Dr. Nicola Ghezzani, negli scritti dedicati alla dissociazione, descrive questo distacco come una capacità difensiva della mente umana, attivabile di fronte a esperienze traumatiche o a conflitti insostenibili, e non come un segnale di psicosi.
Il ritiro dell’hikikomori può essere letto come la versione spazializzata di questo stesso distacco. Ciò che nella derealizzazione avviene dentro la percezione, con il mondo che si allontana e diventa irreale, nell’hikikomori si traduce nello spazio fisico: è il corpo a ritirarsi, a interporre delle pareti concrete tra sé e la fonte del conflitto. Il principio resta identico.
Davanti a una tensione che non trova sbocco, l’Io si protegge producendo distanza, in un caso percettiva, nell’altro spaziale. La stanza dell’hikikomori diventa così un ambiente da cui
la conflittualità è stata esclusa, uno spazio derealizzato nel senso pieno del termine.
Il conflitto proiettato sul mondo
Resta da chiarire da dove provenga il conflitto interiore. A un primo sguardo la risposta sembra evidente: il mondo esterno è ostile. I coetanei giudicano, la scuola opprime, lo sguardo altrui funziona come uno specchio impietoso che espone ogni inadeguatezza. Si parla di fobia dello sguardo: il terrore di essere visti, il mondo vissuto come tribunale permanente.
La psicoterapia dialettica introduce una lettura diversa. Il pericolo che l’hikikomori avverte all’esterno è, in larga misura, un pericolo proiettato. La minaccia non risiede tanto nel mondo, quanto in una parte di sé che viene collocata fuori, sul mondo, e lì tenuta a distanza attraverso l’evitamento.
Nicola Ghezzani, ne La logica dell’ansia, propone a proposito della fobia sociale l’immagine della dimensione sociale come un palcoscenico sul quale è possibile soltanto recitare il “copione migliore”. L’adolescente che si percepisce portatore di un copione troppo difforme da quello atteso sviluppa condotte di evitamento, a protezione del proprio Io. La domanda
clinica pertinente diventa allora un’altra: che cosa rende quel copione così impresentabile? Perché la propria differenza viene vissuta come una colpa, invece che come una risorsa?
La risposta è che sul mondo esterno viene proiettata la parte conflittuale e non integrata del Sé. Ritirandosi in uno spazio privo di altri, l’adolescente ottiene un ambiente in apparenza pacificato: venuto meno ogni interlocutore su cui proiettare il conflitto, il conflitto sembra spegnersi. Quella quiete è la quiete di un habitat esistenziale da cui la conflittualità, e con essa la relazione, sono state rimosse; e un ambiente senza conflitto è un ambiente disumanizzato. La pace della stanza è la pace di uno spazio da cui la vita, con i suoi rischi, è stata espulsa.
Un rilievo critico alla lettura sistemico-relazionale
Gli approcci sistemico-relazionali leggono il ritiro come espressione di un disequilibrio familiare: pattern comunicativi disfunzionali, aspettative eccessive, ruoli rigidi trasmessi tra le generazioni. Il sintomo del singolo diventa il sintomo di una struttura, e l’intervento si rivolge al sistema nel suo insieme.
La prospettiva dialettica riconosce il valore di questa lettura e ne integra le osservazioni, che colgono dinamiche reali e ricorrenti.
Il mio rilievo critico riguarda il “locus della patologia”. Mi spiego. Collocando la fonte del disagio nelle relazioni che circondano il soggetto, il modello sistemico tende a ripetere sul piano teorico lo stesso movimento che il ritiro compie sul piano psichico, ossia situare il conflitto fuori dal soggetto. Nell’hikikomori, come si è visto, sono le componenti assertive e aggressive del Sé emozionale a essere vissute come pericolose, e per questo dissociate e proiettate sul mondo. Se il disagio viene ricondotto per intero al sistema, quella proiezione viene confermata anziché sciolta.
Le relazioni familiari e sociali sono il terreno simbolico in cui il conflitto matura, e vanno comprese. Il centro del lavoro clinico resta però la riappropriazione, da parte del soggetto, di quelle spinte del proprio Sé emozionale che aveva dovuto collocare fuori di sé.
Il rifugio dal proprio Sé emozionale
Si arriva così al nucleo della questione. Da che cosa, esattamente, si difende l’hikikomori? L’ipotesi dialettica è che il ritiro non protegga da un mondo cattivo, ma dall’incontro con il proprio Sé emozionale: la parte aggressiva, ambiziosa, competitiva e desiderante della persona. In questa lettura l’adolescente non si isola tanto dagli “altri”, quanto dalle proprie pulsioni di affermazione, avvertite come troppo pericolose per i legami che gli sono fondamentali, e quindi proiettate fuori, nell’Altro.
È il medesimo meccanismo che il Dr. Nicola Ghezzani descrive nella clinica della derealizzazione. Il soggetto che sviluppa questi disturbi è spesso una persona molto sensibile ed emotiva, che tende a identificarsi con l’intelletto e a servirsene in funzione difensiva rispetto alle proprie emozioni, e in particolare rispetto all’aggressività, alla rabbia, all’assertività. Nei casi clinici descritti in questa prospettiva, la derealizzazione insorge quando un’emozione intensa e conflittuale, per esempio una rabbia profonda verso le figure genitoriali, entra in collisione con l’immagine idealizzata di sé come figlio obbediente e controllato. Non potendo tollerare quella parte, l’Io la dissocia, e con essa perde il contatto con la realtà.
Nell’hikikomori accade qualcosa di analogo, agito però nello spazio, come dicevamo. L’ambizione di riuscire, il desiderio di affermarsi, la rabbia verso chi delude o giudica, l’assertività necessaria a conquistare un posto nel mondo dei pari sono spinte che, se espresse, minaccerebbero l’ideale dell’Io e i legami familiari su cui esso poggia. Molte delle dinamiche familiari osservate vanno in questa direzione: adolescenti iperadattati, cresciuti per non deludere e per non pesare, per i quali affermare se stessi nell’ambiente equivale a tradirlo. Piuttosto che rischiare il conflitto, l’Io sceglie la ritirata. Chiudersi in casa significa mettere al sicuro il proprio Sé emozionale, sottraendolo a ogni occasione in cui potrebbe esprimersi, e quindi ferire o essere ferito.
Il prezzo di questa soluzione è molto alto, ed è lo stesso della derealizzazione: la rinuncia a vivere. La conflittualità da cui l’hikikomori fugge è il motore stesso della crescita, la spinta a differenziarsi, a desiderare, a diventare qualcuno. Dissociarla e spazializzarla nel ritiro significa congelare lo sviluppo, proprio nel momento in cui dovrebbe compiersi.
Direzioni del lavoro clinico
L’approccio clinico trae le sue mosse da queste premesse teoriche. La terapia, dunque, non può essere incentrata tanto su strategie comportamentali o comunicative; esse non rappresenterebbero che un approccio superficiale al problema. L’obiettivo è accompagnare l’individuo a riappropriarsi di ciò da cui si è dissociato, da ciò da cui ha preso le distanze: la propria ambizione, la propria assertività, la propria aggressività, nonché la dignità di rivendicare uno spazio nel mondo, anche a costo di gestire conflitti.
Come nella cura della derealizzazione, il percorso passa per la ridefinizione degli ideali dell’Io, ossia le immagini rigide di sé costruite per compiacere l’ambiente, e per il recupero del contatto con il nucleo del Sé emozionale. Entrambi sono passaggi fondamentali affinché il mondo possa tornare a essere accessibile, e in cui l’individuo possa tornare a essere protagonista della propria vita.







